Il Caso Vučić e il “Safari dei Cecchini”: Indagini Italiane, Prove Contestate e Nuove Ombre sui Crimini di Sarajevo

Le indagini sui crimini di guerra commessi durante l’assedio di Sarajevo (1992–1996) continuano a produrre nuove rivelazioni, anche tre decenni dopo la fine del conflitto. Una delle questioni più delicate e controverse riemerse negli ultimi mesi riguarda il presunto coinvolgimento dell’attuale presidente della Serbia, Aleksandar Vučić, nel fenomeno noto come “Safari dei Cecchini”, una pratica macabra secondo la quale facoltosi stranieri avrebbero pagato per sparare su civili bosniaci dalle postazioni controllate dalle forze serbo-bosniache.

Il Caso Vučić e il “Safari dei Cecchini”: Indagini Italiane, Prove Contestate e Nuove Ombre sui Crimini di Sarajevo

A sostenere questa accusa è il giornalista investigativo croato Domagoj Margetić, già noto per il suo lavoro su crimini di guerra e reti paramilitari nei Balcani. Margetić afferma di aver consegnato a una procura italiana un dossier completo contenente video, fotografie, testimonianze e documenti che, secondo lui, collegherebbero Vučić alle postazioni dei cecchini serbi negli anni 1992 e 1993. La notizia ha attirato l’attenzione del quotidiano britannico The Telegraph e ha spinto la Procura di Milano ad aprire un fascicolo preliminare per verificare l’esistenza di un possibile coinvolgimento di cittadini italiani nel presunto “turismo della morte”.

Le Allegazioni: Posizioni Militare e Video Contestati

Nel cuore delle accuse si trova una presunta presenza di Vučić nelle vecchie cimiteri ebraiche di Sarajevo, un’area strategica che durante la guerra fu utilizzata come punto di tiro privilegiato dai cecchini delle forze serbo-bosniache. Secondo Margetić, un video del 1993 mostrerebbe l’attuale presidente serbo con un’arma in mano, in un contesto chiaramente militare.

Il team di Vučić ha respinto con decisione l’accusa, sostenendo che l’oggetto in questione non fosse un’arma ma un treppiede da telecamera. In alcune dichiarazioni più recenti, Vučić ha persino affermato che si trattava di un ombrello, riducendo ulteriormente la credibilità delle immagini secondo la versione ufficiale di Belgrado.

Un secondo video, circolato ampiamente negli ultimi mesi, mostra un fuoristrada con una teschio umano adornato con un casco delle Nazioni Unite. L'immagine appare estremamente simbolica e disturbante. Margetić sostiene che il mezzo fosse associato alle unità paramilitari serbe, mentre le autorità di Belgrado affermano che l’auto non aveva alcun legame con Vučić e che oggetti del genere erano “comuni nelle zone di guerra”. Tuttavia, esperti forensi sottolineano che tali dettagli richiedono verifiche tecniche, incluse analisi video e datazione delle riprese.

La Pista Italiana: Indagini Aperte a Milano

Gli elementi più rivelanti sul piano giuridico nascono però dall’apertura di un’indagine da parte della Procura della Repubblica di Milano. Il fascicolo riguarda il possibile coinvolgimento di cittadini italiani che, secondo alcune testimonianze storiche, avrebbero pagato ingenti somme per partecipare ai presunti “Safari dei Cecchini”.

Una figura chiave è l’ex diplomatico italiano Michael Giffoni, che ha confermato pubblicamente che nel 1994 ricevette informazioni da fonti affidabili secondo cui esistevano effettivamente “safaritë sniperistiche” organizzate da milizie serbe. Giffoni ha inoltre dichiarato che il servizio segreto militare italiano, SISMI, era intervenuto per impedire l’arrivo di italiani che manifestavano l’intenzione di partecipare a tali attività criminali.

Dal punto di vista giuridico, la competenza italiana deriva dalla possibilità che cittadini italiani abbiano preso parte — direttamente o indirettamente — ad azioni riconducibili a crimini di guerra, reati che in base alle convenzioni internazionali ricadono nella giurisdizione universale. Ciò significa che, indipendentemente dal luogo del reato, un Paese europeo può procedere penalmente se cittadini propri risultano coinvolti.

Vučić: Negazioni Totali e Accuse di Manipolazione Politica

Il presidente serbo ha definito le accuse una “fabbricazione politica”, sostenendo che l’intera narrativa sia orchestrata per danneggiare l’immagine della Serbia nei negoziati con l’Unione Europea e nelle relazioni diplomatiche con l’Occidente. La portavoce del governo ha condannato duramente il dossier, definendolo “disinformazione strutturata” e “attacco coordinato”.

Tuttavia, esperti balcanici notano che il nome di Vučić è stato già in passato associato a retoriche estremiste e posizioni radicali durante gli anni di guerra, specialmente quando militava nel Partito Radicale Serbo di Vojislav Šešelj. Sebbene ciò non costituisca prova penale diretta, contribuisce alla percezione pubblica e alla necessità di chiarimenti.

Analisi Giuridica: Prove Straordinarie per Accuse Straordinarie

Il politologo e analista Jasmin Mujanović ha definito il caso un esempio di come “le accuse straordinarie richiedano prove straordinarie”. Le indagini attuali devono confrontarsi con problemi metodologici rilevanti:

  • verificabilità e autenticità dei video degli anni ’90;

  • possibile manipolazione o perdita di documenti;

  • difficoltà nel rintracciare testimoni dopo 30 anni;

  • complessità giuridiche legate ai crimini di guerra e alla cooperazione tra procure internazionali.

Nonostante tutto, il semplice fatto che una procura europea abbia aperto un fascicolo indica che alcune prove meritano attenzione giudiziaria, e non solo giornalistica.

Conclusione: Le Ferite Aperte dei Balcani e la Ricerca della Verità

Il caso del presunto “Safari dei Cecchini” rappresenta uno dei capitoli più oscuri della guerra di Bosnia. Le indagini italiane, le nuove testimonianze e l’implicazione di figure politiche di alto livello mostrano come la ricerca della verità, per quanto complessa, rimanga essenziale per la memoria storica e la giustizia internazionale.

Per i popoli dei Balcani, e in particolare per le comunità che hanno sofferto durante l'assedio di Sarajevo, questa vicenda dimostra che il passato non è mai completamente chiuso — e che la giustizia, anche se tardiva, resta un imperativo morale.

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