Nelle pagine del giornale americano The Seattle Star, datate 29 aprile 1904, apparve uno straordinario articolo pubblicato con il titolo “Albanians, Strange Race; Friend and Foe of the Turks”. In un’epoca in cui l’Albania rimaneva in gran parte sconosciuta al mondo occidentale, l’articolo presentava gli albanesi con rara obiettività e ammirazione, sottolineando virtù che gli stessi albanesi hanno sempre valorizzato: coraggio, onore e ospitalità. Si tratta di una prospettiva che contraddice nettamente gli stereotipi che li dipingevano come “selvaggi” o indomiti, offrendo invece un ritratto sfumato di un popolo fiero e resiliente.
Datato 16 aprile 1904, da Manastir, l’articolo inizia descrivendo la terra stessa. Gli abitanti locali la chiamavano Shqipëri, mentre i turchi la definivano Arnautlluk. Per le autorità ottomane, l’Albania era spesso una spina nel fianco — una sfida da contenere. Geograficamente, l’Albania si estende nell’Europa sud-occidentale, tra i 39° e i 43° di latitudine, affacciandosi sui mari Adriatico e Ionio. Il territorio è prevalentemente montuoso, con nove catene montuose che corrono da nord a sud, e la vetta più alta che raggiunge gli 8.000 piedi. Fiumi nascosti e laghi pittoreschi distinguono ulteriormente il paesaggio, mentre tra le sue esportazioni figurano cotone, cavalli, legname e mais.
Gli albanesi discendono dagli antichi Illiri ed Epiroti. La loro lingua, ricca di variazioni dialettali, riflette una profonda storia culturale. All’epoca, la popolazione era stimata attorno a un milione e mezzo. Agli occhi dell’osservatore del 1904, l’Albania era il paese più remoto e aspro d’Europa — paragonabile, per mistero e isolamento, al Tibet in Asia. Gran parte della sua cultura e della vita quotidiana restava sconosciuta al resto del continente, abbastanza da riempire un intero libro e tuttavia appena riassumibile in un singolo opuscolo.
L’articolo sottolinea la dualità del rapporto degli albanesi con i turchi ottomani. Se da un lato potevano opporsi con ferocia all’oppressione, dall’altro erano alleati capaci quando le circostanze lo richiedevano. Il celebre primo ministro italiano Francesco Crispi, di origine albanese, incarnava questo retaggio di leadership. Gli ufficiali albanesi nell’esercito e nell’amministrazione civile ottomana si distinguevano per competenza e onore, emergendo per lo sguardo aperto e la postura atletica, in netto contrasto con il contegno sottomesso spesso associato ai funzionari ottomani.
Una delle qualità più notevoli evidenziate è la fermezza degli albanesi. Sebbene possano essersi convertiti all’Islam sotto il dominio ottomano — una trasformazione religiosa su larga scala piuttosto rara — mantennero la loro identità distinta. Lealtà, coraggio e senso di giustizia erano fondamentali; tradire l’identità albanese era considerato una grave offesa.
L’ospitalità era un’altra virtù celebrata nell’articolo. Una casa albanese poteva offrire rifugio persino ai parenti di un nemico, purché fossero rispettate determinate tradizioni. Gli ospiti potevano restare al sicuro per tre giorni, dopo i quali era prevista una partenza rispettosa. Tali consuetudini evidenziano i profondi codici morali e sociali che regolavano la vita albanese.
L’articolo descrive inoltre in dettaglio l’abbigliamento tradizionale albanese. Esistevano varianti regionali, ma la maggior parte degli abiti condivideva elementi comuni: camicie bianche tessute a mano, giacche senza maniche decorate con strisce rosse e nere, e una cintura rossa attorno alla vita. Coltelli e piccole pistole erano spesso infilati nella cintura, mentre i pantaloni aderivano alle gambe fino alle scarpe. L’insieme era completato dalla caratteristica qeleshe — un berretto rotondo in feltro — simbolo di orgoglio e identità. L’impressione generale, secondo l’osservatore americano, era di eleganza, forza e una sofisticazione culturale unica.
La religione svolgeva un ruolo complesso nella vita albanese. A differenza di altri popoli sotto il dominio ottomano, gli albanesi mantennero un certo grado di autonomia nelle questioni spirituali. Sebbene alcuni si convertissero all’Islam, cristiani e musulmani vivevano fianco a fianco, spesso uniti da un senso di identità nazionale piuttosto che dalla sola fede. Le autorità ottomane talvolta tentavano di usare la religione come leva di controllo, ma il senso di giustizia e la lealtà degli albanesi trascendevano spesso le divisioni settarie.
La tesi centrale dell’articolo è chiara: gli albanesi sono al tempo stesso amici e nemici dei turchi, coraggiosi difensori della loro patria e nobili nel carattere. Potevano combattere con ferocia contro potenze imperiali o proteggerle quando necessario, sempre guidati da principi di onore, lealtà e coraggio. Dare a un albanese del turco era un insulto; per guadagnarsi la sua fiducia e il suo rispetto servivano integrità e coraggio.
Per i lettori moderni, questa prospettiva del 1904 offre una straordinaria finestra sulla storia, la cultura e i valori duraturi dell’Albania. Ricorda che gli albanesi, nonostante secoli di dominazione straniera e turbolenze politiche, hanno preservato una ricca identità culturale e uno spirito indomabile. La loro storia è fatta di resilienza, onore e di una sottile diplomazia che spesso sorprendeva alleati e avversari.
Oggi, mentre gli albanesi continuano a celebrare la propria eredità, articoli come questo sottolineano l’importanza di comprendere la storia attraverso prospettive rispettose e obiettive — riconoscendo le virtù e le complessità che definiscono una nazione.