Denata Ndreca con Luigi Ianzano: In quale lingua dobbiamo morire. Il canto dei poeti albanesi in Italia

Una fotografia in bianco e nero divisa in due riquadri affiancati. A sinistra, un ritratto ravvicinato della poetessa e giornalista albanese Denata Ndreca, che guarda intensamente in macchina con uno sfondo naturale sfocato. A destra, un ritratto di profilo del docente e critico italiano Luigi Ianzano, con gli occhiali da vista, lo sguardo abbassato e una folta barba, con uno sfondo interno sfocato.
 Due sguardi, due prospettive, un unico dialogo. A sinistra Denata Ndreca, a destra Luigi Ianzano. Il loro confronto ripercorre l'antologia bilingue Oltre / Përtej curata da Edoardo Olmi, esplorando l'identità, la lingua e la resistenza della generazione di autori albanesi immigrati in Italia negli anni Novanta. Un dialogo dove poesia e memoria storica si intrecciano per dare nitidezza alle emozioni di chi ha vissuto lo strappo delle radici.Il quale lingua dobbiamo morire. Il canto dei poeti albanesi in Italia
Denata Ndreca con Luigi Ianzano

Ianzano. Oltre / Përtej è un’antologia bilingue di poeti albanesi in Italia, un’opera che dà merito all’editore salentino Livio Muci per la necessaria «mappatura della generazione di autori transnazionali» emigrati dal Paese delle Aquile nel corso degli anni Novanta. Curata da Edoardo Olmi, ha il privilegio di rendere nitide le emozioni che covano nel cuore degli albanesi espatriati. Ricomprende, tra le fondamentali parathënie [prefazione] dello stesso Olmi e pasthënie [postfazione] di Viola Isufaj, poezi [poesie] e biografite [biografie] di Jozef Radi, Gezim Hajdari, Anila Hanxhari, Arben Dedja, Artur Spanjolli, Griselda Doka, Anita Likmeta, Gentiana Minga, Denata Ndreca, Valbona Jakova, Julian Zhara, Irma Kurti, Angela Kosta, Mimoza Leskaj e Lutfi Alia.

Ho piacere di conversare con te, Denata. Ti ho conosciuta in occasione di una delle presentazioni di questa antologia e ho intuito uno speciale trasporto, ho colto l’anelito di verità che brucia nei tuoi occhi.

Non mettetemi sottoterra
lasciatemi soffiare
posarmi sulle balaustre dove
nascano i gerani

come lo devo dire che
dividere non è umano, che
se alzate muri, non ci potremo prenderci per mano

Ndreca. Al di là di un luogo. Al di là del tempo.

Sono solo queste le coordinate dove la Poesia può stare, anche se, in realtà – Lei – sa stare ovunque – quando di poesia si tratta. Quindi, non poteva essere intitolato diversamente, un lavoro del genere: Oltre / Përtej. Una «mappatura della generazione di autori transnazionali».

Ecco, vorrei fermarmi qui. Alla mappatura, che non è mai stata una rappresentazione solo oggettiva, ma anche una creazione soggettiva basata su cultura, ideologie ed esperienze formative, fino ad arrivare ai cosiddetti prospetti dettagliati di un fenomeno. In questo caso – quello migratorio.

Quale metodo più umano per captare tutti i segnali ed i sintomi che accompagnano questa fase transnazionale, può essere in grado di raccogliere come sa raccogliere la poesia?

Che possa servire come input per svegliare chi di dovere compete….

Ianzano. Si dice Albania e si pensa alla lunga dittatura comunista che ha avvilito e isolato il Paese, fino al passaggio epocale 1990-92 che ha riaperto gli orizzonti di speranza, fresco di memoria e di ferite. Lo ricordo benissimo.

A cinquanta miglia da quest’altra sponda dell’Adriatico, la Puglia ha accolto le ondate migratorie facendosi simbolo dell’accoglienza italiana di fronte al primo grande esodo di massa post-Guerra Fredda. Da antica terra di emigrazione, l’Italia diventava moderna meta di speranza per altra disperata umanità.

L’evento più iconico è datato 8 agosto 1991, quando il mercantile Vlora attracca a Bari con 20.000 persone a bordo, ammassate in condizioni disumane.

Il Governo italiano fa il pugno duro, ma il sindaco Dalfino: «Sono persone disperate, non possono essere rispedite indietro, noi siamo la loro unica speranza».

Quelle persone verranno dirottate in uno stadio, in condizioni drammatiche non prive di tensioni, prima che la maggior parte di esse venisse rimpatriata con promesse di trasferimento poi rivelatesi ingannevoli.

Molti comuni pugliesi si attivarono per l’ospitalità, aprendo le porte a una delle comunità straniere oggi – si crede – meglio integrate.

Ndreca. Fu chiamato -l’esodo biblico. La nave Vlora cambiò non solo il destino di più di 20.000 persone che sbarcarono quel 8 agosto del 1991 al porto di Bari, ma anche la storia dell’Italia stessa.

E come ogni grande cambiamento storico, portò dentro caos, dolore e fatica. Abbiamo ancora davanti agli occhi le corde delle navi, i volti sfiniti dalla fame, dalla sete, dalla stanchezza.

Chi è arrivato negli anni Novanta, sa bene cosa vuol dire la terra straniera, perché è rimasto straniero a tempo indeterminato.

Ma soprattutto, chi è arrivato con quelle navi, conosce bene il prezzo della libertà.

Ianzano. La stessa Besa ha raccolto in volume, tra l’altro, ventuno storie di vita di quei cittadini albanesi avventurati sulle navi della speranza, con i ricordi di quel periodo e della loro successiva esperienza in Italia.

Una casa editrice sensibile al tema. Pensando al tuo «Arno che si restringe / come il cuore del fiorentino», mi chiedo se più a Nord di questo Sud si riscontri la stessa sensibilità.

Conosco, anche per esperienza diretta di componenti della mia famiglia emigrati in altri lidi, le vicissitudini e i pregiudizi che devono sopportare i temuti invasori.

Ndreca. La casa editrice Besa ha fatto un lavoro straordinario con la letteratura albanese.

Aggiungerei – un lavoro fatto con grande amore – verso il Paese delle Aquile.

Per quanto riguarda il resto, direi che, ogni Nord porta dentro se stesso un Sud, ed ogni Sud porta dentro se stesso un Nord.

Ianzano. Dobbiamo doverosamente ricordare che, ancor prima del regime ultraquarantennale di Hoxha, gli albanesi hanno subìto la dominazione italiana fascista: Mussolini sottomise l’Albania nel 1939.

Questo più moderno flusso migratorio risvegliava la coscienza non troppo pulita degli italiani – per la verità, essi stessi vittime di regime – ma anche degli altri europei, nei confronti dei balcanici, di cui forse ignoravano la stessa esistenza – se posso osare – prima che la sete di libertà: un ex Paese invasore vedeva arrivare ex invasi.

Ma sai, l’avrai imparato: gli italiani, in particolare, sembra abbiano seri problemi di memoria storica.

Ndreca. La perdita della memoria continua a colpire, ovunque e sempre, motivo per il quale mi ricordo spesso quello che Georg Wilhelm Friedrich Hegel scriveva: «Ciò che l’esperienza e la storia insegnano è questo: che popoli e governi non hanno mai imparato nulla dalla storia, né mai agito in base a principi da essa dedotti».

Ianzano. Gli albanesi si stanziano in Italia già dal XV secolo, provati dall’invasione ottomana: comunità arbëreshë insediatesi nelle regioni meridionali e insulari, minoranze etnolinguistiche che hanno sempre mantenuto una forte caratterizzazione, oggi a rischio di estinzione per lo spopolamento, il calo demografico e la fredda vorace globalizzazione culturale che mina le calde protettive identità particolari.

Ndreca. Questa è una pagina importante della storia italiana e albanese che dovrebbe essere inserita nei programmi e testi scolastici, perché è il miglior esempio di accoglienza, convivenza e ricchezza culturale.

Gli arbëreshë rappresentano infatti questo: come una comunità possa mantenere viva – nei secoli – la propria identità, la propria lingua, le proprie tradizioni, i riti religiosi e la memoria storica.

La loro tutela non riguarda soltanto il passato, ma anche il futuro del pluralismo culturale.

Ianzano. Gli Albanesi del Novanta, tuttavia, non sono – credo di capire – quelli dei secoli passati: hanno in comune l’origine, non il tempo della storia. Come si percepiscono tra loro?

Ndreca. Per gli albanesi – di tutti i tempi – l’Albania è sacra.

Per noi che viviamo in Italia – questo – è il Paese che abbiamo scelto di amare e rispettare. È lo Stato nel quale abbiamo bisogno di credere non solo per noi stessi, ma anche per i nostri figli.

Oggi, è arrivato il momento di aggiungere alle immagini di quell’esodo “biblico”, anche i volti di una Italia reale, nuova.

Quella che, noi gente arrivata da lontano, ci siamo conquistati con lavoro duro, rispetto e gratitudine verso una terra che ci ha accolti.

Costruiamo case, muri secchi, puliamo, siamo medici ed ingegneri, giornalisti e scrittori, camionisti e soccorritori.

Siamo una diaspora attiva come poche altre anche nel mondo dell’Arte.

Abbiamo il nostro codice: siamo aquile.

Ianzano. Tu hai lasciato l’Albania nel 1999, e dal 2000 vivi a Firenze.

Ndreca. Ho lasciato l’Albania (clandestinamente) a settembre del 1999. Dal 2000 vivo e lavoro a Firenze.

La mia, è una storia come tante storie di tutti noi.

Ianzano. Il primissimo numero della rivista pugliese incroci (gennaio-giugno 2000) – che si è rivelata in questi primi ventisei anni un autorevole spazio di confronto e connessione di tutte le sponde – ha offerto la penna al vostro anelito ospitando un intervento di Piro Misha, che fa i conti con la propria resistente «coscienza delle radici» e definisce l’Albania «terra di mezzo dove si dividono e si uniscono due mondi».

Nell’editoriale, Raffaele Nigro e Lino Angiuli ritengono «possibile produrre incroci e incrociare dimensioni altrui solo se si può contare su di una propria identità, aperta, elastica, ma pur sempre riconosciuta e riconoscibile.»

Voi albanesi sareste stati «attratti – ammette Olmi – dalla prospettiva, a volte dal miraggio, di libertà democratiche, condizioni di vita migliori, modelli di consumo veicolati a livello mediatico»; vi sareste «aperti a un mondo nuovo che spesso non conoscevate fino in fondo e che non eravate in grado di affrontare senza forti conseguenze sulla percezione identitaria.»

Ndreca. Ritengo che l’identità è come la colonna vertebrale, quindi, regge in piedi non solo il corpo umano, ma anche la dignità.

È forte come la pietra del paese che abbiamo lasciato, ma anche flessibile come un albero che si muove con il vento.

E come gli alberi, siamo resistenti, ma siamo anche a grave rischio danni, talvolta permanenti.

Per questo motivo è importante una – potatura mentale…

Per quanto riguarda quella terra di mezzo dove i mondi si incontrano e si dividono, si dividono e si incontrano di nuovo per incrociarsi, è un po’ come parlare dell’infinito.

L’infinito non chiede di essere capito tutto insieme, ma ci invita a continuare a cercare, a immaginare e sognare.

È così anche con i popoli. Portano dentro la propria storia – le storie infinite, e sta a noi cercare per poter conoscere.

Invece, non dobbiamo dimenticare ciò che – realmente – ha spinto il popolo albanese a prendere quelle navi.

Non dobbiamo dimenticare le madri che sono morte aspettando il ritorno dei figli che non hanno mai raggiunto le altre rive.

Nel contesto migratorio, essere “attratti” e – migrare – sono due motivazioni molto diverse, anche se nella realtà spesso si intrecciano.

L’attrazione è una forza che attira verso qualcosa, come migliori condizioni, nuove prospettive e desiderio di conoscere altri paesi.

La migrazione – è sopravvivenza.

È quella forza che ti spinge via da qualcosa, dalla guerra, dalla fame, dalle persecuzioni.

E noi – quelli degli anni novanta – siamo partiti perché – restare non era più possibile…

Ianzano. Scrive Isufaj nella pasthënie che «lo spazio linguistico e letterario albanese non corrisponde allo Stato-nazione degli albanesi», che la letteratura albanese debba ricomprendere necessariamente, oltre a quella «scritta nell’Albania nazionale», quella prodotta «in Kosovo e in altre parti dell’ex Jugoslavia, nella diaspora e negli ambienti arbëreshe in Italia e di Zara, in Croazia».

In Albania non ha circolato questa letteratura: gli autori erano considerati «traditori» per aver abbandonato la patria.

E l’antologia di Besa ha senz’altro il pregio di contribuire a offrire all’Albania di oggi la possibilità storica di riappropriarsi della letteratura dell’emigrazione, presentando i poeti italo-albanesi «non solo davanti ai lettori italiani e albanesi, ma soprattutto davanti alla storiografia albanese che è in fase di revisione».

Ndreca. A volte, sembra che le cose cambiano, ma in realtà, forse, certe cose non cambiano mai.

Succede un po’ così anche con la letteratura albanese che, passa da corte in corte, più chiudendo che aprendo nuove porte.

Ianzano. Un fenomeno comune a tutte le culture.

Penso alla letteratura italiana dell’emigrazione, prodotta dai nostri emigrati in ogni dove e in epoche diverse.

Penso alla questione scottante che ancora interroga: letteratura in italiano o letteratura degli italiani?

Essi scrivono anche in altre lingue e nei tanti dialetti della Penisola con esiti colti: queste opere fanno letteratura italiana?

Ndreca. La letteratura italiana pone al centro la tradizione letteraria nazionale.

La letteratura degli italiani pone al centro le persone che vivono, scrivono e costruiscono all’interno di questa società.

Molti studiosi sostengono che la letteratura italiana stia diventando sempre più una letteratura degli italiani, cioè una letteratura plurale, composta da voci differenti per origine, esperienza e memoria, ma unite dalla scelta di esprimersi in italiano.

E tutto questo, può accadere solo quando una lingua ti diventa – luogo di libertà, ti diventa spazio di incontro.

Se la letteratura italiana racconta una tradizione, la letteratura degli italiani racconta questa società, questa comunità, in continua trasformazione.

Trasformazione che portiamo dentro la stessa lingua, in quanto materia viva e mutabile.

Ianzano. Il sangue degli albanesi espatriati pulsa con la stessa intensità di quello degli italiani che hanno conosciuto l’emigrazione.

Quasi ogni famiglia del Sud (e non solo) ha dentro una storia di distacco per necessità di pane e libertà: cicatrici da sradicamento che ancora sanguinano nei focolari.

Mio fratello porta il pane di mais,
l’ultima mezza bottiglia di raki [grappa] che
abbiamo bevuto con nostro padre
brindiamo alzando lo sguardo
verso il cielo
e penso a lei che
ho lasciato da sola là –
penso a mia madre

So quello che sei, Denata, ma voglio che sia tu a dirlo: cosa senti di essere?

Ndreca. Sono una donna che oggi cammina anche senza terra sotto i piedi.

Sono una bambina che parla con le nuvole ed ascolta le onde del mare.

Sento di non voler smettere di sognare.

Ianzano. Nella prefazione a In quale lingua devo morire – una tua raccolta di cento componimenti in italiano (non bilingui stavolta) – Eugenio Lucrezi coglie l’enigma che maggiormente contraddistingue il tuo tratto poetico: «Poesia è memoria e profezia allo stesso tempo. L’enigma di cui si ammanta non è un vezzo: è la sostanza della sua natura; così come la domanda che intitola questo libro equivale a un’interrogazione sulla durata di una cosa che, per quanto si accenda e prenda forma in un breve accidente del tempo, non è destinata a deperire».

Occorre
tornare al pudore
al ricamo della parola
e al bucato pulito
occorre
essere nido
per l’uccello ferito

La vita,
forse, è questa –
dove ci sono
le mura
devi immaginare
una finestra

Non sia mai che io
in tempo di fiori rinunci alle spine

Ndreca. Corrispondere, esserci quando c’è bisogno, guardare oltre.

Il resto sta tra versi e virgole, come la mia vita sta nella poesia.

Ianzano. Si riconosce ai poeti transnazionali una più ampia «capacità di ridefinire linguaggi che permettano di attraversare un contesto sempre più interculturale», di «rispettare e al tempo stesso superare confini, per elaborare nuovi mondi di diversità e multiformità, tramite le infinite possibilità generative della parola».

Emblematici, a tal proposito, i versi di Gëzim Hajdari:

Ogni giorno creo una nuova patria
in cui muoio e rinasco.
Una patria senza mappe né bandiere
celebrata dai tuoi occhi profondi
che mi inseguono per tutto il tempo
nel viaggio verso cieli fragili.
In tutte le terre io dormo innamorato,
in tutte le dimore mi sveglio bambino,
la mia chiave può aprire ogni confine
e le porte di ogni prigione nera.

È la «possibilità di incontro, dialogo e contaminazione» favorita da poeti che hanno sperimentato isolamento e solitudine: le loro «esperienze di scrittura, per quanto cupe o complesse, sono più spesso liberatrici e redentrici».

Leggo i tuoi versi e scorgo, però, «contraddizzioni» laceranti:

Guardo il varco vuoto.
C’è ancora attraccata la nave
sul bordo della quale
non mi fu concesso salire

Nelle notti profonde
sogno di
scomparire nel nulla
e sgretola lentamente
il mio corpo
dentro il fiume Buna

Cos’è che morde, cosa è più difficile accettare?

Ndreca. La vita ci morde tutti.

Forse, la cosa più difficile da accettare è – la mancanza, la distanza.

Quell’odore di distanza che si crea tra vicini…

Ianzano. Isufaj ci legge «incertezza esistenziale», «senso di non appartenenza», «perdita di speranza», «vera libertà assoluta», «tracce di chi si trova nella terra di nessuno, in uno spazio incerto», «perdita di ciò che una volta era visibile e tangibile», «radici che cercano di crescere di nuovo, ma non trovano il terreno giusto», «strana sensazione di essere un ibrido culturale», «tentativo di sentirsi accettata, di costruire un legame più forte con gli altri e di trovare un significato in questo senso di instabilità», «guscio duro che impedisce di sperimentare il mondo, di vivere le emozioni come prima, per poter sopravvivere alla realtà che circonda oggi»:

Aver vissuto – non vivendo –
cucendosi dentro una dura corazza –
quella ragazza che guardava le stelle –
è divenuta una donna selvaggia

«Una ragazza dolce, fragile sognatrice trasformata in una donna selvaggia. […] Solo attraverso la forza e la ferocia lei può farcela senza farsi inghiottire da un ambiente estraneo e sorprendente»:

Fischiano i treni mai partiti
nelle orecchie sorde
di un tempo mai passato
Vado spesso alla stazione
non so cosa aspetto
sento i binari che mi s’infilano
come aste di ferro nel petto

Versi che suggerirebbero «desideri non sfruttati e opportunità mai realizzate».

I treni che non partono rappresenterebbero «sogni che rimangono bloccati e sforzi che non hanno preso la loro vera strada».

Insomma, «una sorta di ritiro interiore, un sentimento di impotenza e disperazione», «un’opportunità ancora ferma e inutilizzata, che non può essere colta perché non data»:

nudo si sveglia
sempre il dolore
per lo stelo sradicato
che lentamente muore

Non ho nessuna voglia
di fingermi felice
amo la morte
e le sue giornate grigie

Ndreca. La cosa meravigliosa della poesia, è proprio questa: rendere libero anche il lettore nelle sue visioni.

Ognuno legge – quello – che ha dentro…

La libertà che nasce dalla non appartenenza, non è assenza di legami, ma è strada che porta verso noi stessi.

E una strada, la possiamo seguire solo quando lo sguardo è lucido…

Per arrivare a questo, talvolta è necessario un ritiro interiore, che è fatto di lavoro duro e ricerca, come unico modo di crescita.

Ianzano. Ti confidi con Antonio Gramsci, figlio di arbëreshë (Gramshi è cognome originario dell’Albania centrale) e gli chiedi una possibile via d’uscita «da questa ‘rivoluzione passiva’», un concetto – ricordiamolo – che Gramsci riprende dal napoletano Cuoco per segnalare l’improvvida apatia delle élites rivoluzionarie di fronte ad attesi cambiamenti strutturali, una certa incapacità di attivare il popolo interpretandone esigenze e bisogni.

Hanno picchiato mia
figlia a scuola
perché io, sua madre,
sono delle stesse
origini di tuo padre,
albanese
da questa ‘rivoluzione passiva’
come si esce?

Ndreca. «L’indifferenza è abito, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita», diceva Gramsci.

E il mio vuole essere un richiamo, una ricerca linguistica, per ricordare che quando parliamo di razzismo, dobbiamo saper scegliere bene le parole da usare, altrimenti rischiamo di diventare più razzisti dei razzisti, nella lotta contro il razzismo.

Ianzano. Nei tuoi versi, «carichi di un senso di ribellione e di amara ironia», è tuttavia evidente un deciso anelito di rinascita.

Ti toglieranno il nome,
ma sei senza terra
e non ti potranno seppellire.
Ricordati di compiere
la tua unica vendetta.
Rifiorire.

«Vendetta più spirituale o psicologica, un’affermazione di sé, del potere e della dignità che non possono essere distrutti fino all’annientamento. È un contrappunto all’abbandono e all’oblio, al non dimenticare chi siamo, non dimenticare il potere di risorgere nonostante tutte le pressioni».

È come il dannunziano «Vieni, usciamo. Tempo è di rifiorire. […] Ti dirò come sia dolce il mistero / che vela certe cose del passato. […] Tutto sarà come al tempo lontano. / L’anima sarà semplice com’era; / e a te verrà, quando vorrai, leggera / come vien l’acqua al cavo de la mano».

e allora mi sono alzata dal letto dove
mi credevano morta
sotto quella luce bianca che
accieca gli occhi del giorno

e mi sono detta: riprenditi lo scheletro –
ora

così sono tornata al foglio –
come all’albero torna la foglia

Ndreca. I fiori hanno la capacità di esprimere con grazia e in pieno rispetto, tutto ciò che un seme supera per poter germogliare e tornare alla vita.

Di nuovo.

Quanta forza silenziosa serve ad un fiore per annunciare davanti ai nostri occhi l’arrivo della primavera?

Per quanto tempo il suo seme è rimasto in silenzio, nel buio del grembo della terra?

Il loro ciclo di vita è un grande insegnamento per accettare le stagioni e le mutazioni.

Con pazienza.

Fare come i fiori, per me, è stata e rimane la risposta giusta.

Ianzano. Ci disveli, «in definitiva, che ogni perdita può essere trasformata in un’occasione per rinascere. Nome, identità, diritto di esistere sono immortali e nessuno può distruggere completamente un’anima che ha vissuto e lasciato il segno nel mondo».

questi occhi dove affogano i mari
questo sale di lacrime che implora – rimani
questo andare per non soffrire
questo scrivere –
con la voce degli occhi – per non morire
vivo con gratitudine – con la promessa di morire viva

Come la primavera che
bacia le margherite
l’amore guarisce tutte le ferite

Ndreca. Amare – è l’unico modo per poter morire vivi, altrimenti la morte ci troverà già morti.

Ianzano. Leggo in Oltre / Përtej – e condivido – che «la creatività artistica di questi scrittori [voi antologizzati], poco conosciuta, costituisce un fatto letterario e culturale indiscutibile e un importante campo di studio», ma anche che «la geografia poetica si amplia, la patria geografica viene superata nella patria poetica e metafisica come fase transitoria verso l’appartenenza europea; anche il Vecchio Continente viene superato per abbracciare lo spazio globale che si va legiferando».

Come non essere d’accordo con la Isufaj?

Ndreca. La poesia salva – la memoria umana – di un paese, ma non può stare recintata in un campo geografico.

Questo – i poeti lo sanno da sempre.

Ianzano. In che lingua nascono i tuoi versi? E qual è il tuo rapporto con la traduzione: quale funzione le permetti di svolgere?

Ndreca. I miei versi, oggi, nascono in lingua italica, ma nascono anche in albanese, come nascevano anche in inglese, quando ero più giovane.

Mi è sempre piaciuto giocare con la melodia delle parole, comporre per poi scomporre e ricomporre.

Non amo auto tradurmi, anche se ho tradotto e curato antologie di grandi poeti contemporanei: Maria Grazia Calandrone Respiro umano – Frymë njerëzore, Davide Rondoni Una felicità dura – Një lumturi e vështirë, e grandi scrittori del novecento come Federigo Tozzi Con gli occhi chiusi – Me sy të mbyllur ecc.

La traduzione la considero un trapianto.

La traduzione è un trapianto, perché tutto deve essere cercato e ricercato, misurato e curato, in maniera che il cuore dell’opera possa battere di nuovo, anche in un altro corpo – ovvero, in un’altra lingua.

Ianzano. Sposi i versi rivoluzionari di Virginia Woolf: «Io in quanto donna non ho patria. / In quanto donna, la mia patria / è il mondo intero».

E hai scritto della tua coraggiosa conterranea “martire della democrazia”, Musine Kokalari (1917-1983), prima donna a pubblicare un’opera letteraria in lingua albanese, prima scrittrice albanese italofona (laureata in Lettere alla Sapienza), esempio di «scrittura che diventa forma di resistenza e libertà».

La rivoluzione è coniugata al femminile…

Ndreca. Credo che l’umanità sarà abbastanza matura da poter stare in piedi, solo quando avrà capito questo, perché la nostra patria, la patria di ognuno di noi – è veramente tutto il mondo intero.

In quanto donne, disponiamo di questo smisurato amore che ci rende libere, fragili e rivoluzionarie.

Ianzano. Chiudiamo coi tuoi versi forse più emblematici, che si fanno voce universale di chi sperimenta lo strappo delle radici.

Essi chiamano in causa la lingua, espressione identitaria più propria, e celano in sé la risposta: la colonna sonora resta quella della culla.

In quale lingua devo morire
madre

in quella in cui mi hai nutrita
o in quella della terra verso la quale sono partita

È come se chiedessi perdono per il dubbio che pur si è ingenerato, per il solo fatto di essersi ingenerato.

Ma sei cittadina del mondo, che hai imparato a conoscere a tue spese con un doppio salto dal nido.

Mi chiedo, allora: apparterremo al mondo prima che alle nostre identità particolari o, piuttosto, continueremo ad arricchirlo con esse?

Ndreca. Non è questione di definire un’identità, ma di comprendere il movimento.

In quale lingua devo morire è un verso che vuol diventare e diventa corpo, casa e memoria.

Non ho mai parlato di morte biologica, ma di ultima verità, ultimo battito di cuore, inteso come atto di amore.

È una domanda basata sulla fedeltà alle proprie radici – senza rinunciare al viaggio, perché la libertà non consiste nell’essere senza radici, ma nel saperle portare con sé, mentre si continua a camminare.

Non è questione di dubbio sulla scelta tra due lingue, ma questione di linguaggio emotivo e, se una persona debba scegliere.

Forse, non esiste una scelta definitiva, perché talvolta, si vive tra una culla e una partenza, fino all’infinito.

Forse, a volte si vive in sospeso, come il pendolo di un orologio che non vorresti fermare mai.

«Cesserai di temere, se avrai cessato di sperare… Non possiamo dirigere il vento, ma possiamo orientare le vele…» (Seneca).

 Denata Ndreca

Denata Ndreca

Denata Ndreca è poeta, giornalista, pedagogista, traduttrice albanese che vive a Firenze dal 2000. Si occupa di diritti umani. Già insignita del Women for Culture and Peace ed Eccellenze europee.

Tra le sue opere, raccolte di versi come Fiori dei Balcani, A nord delle mie costole, La ragazza del Ponte Vecchio, e testi di letteratura per ragazzi.

Maggiori info su denatandreca.com.

Luigi ianzano 

Luigi Ianzano

Luigi Ianzano (San Marco in Lamis 1975) è nato e vive sul Gargano. Docente nel secondo grado, poeta e critico, animatore culturale, abita poeticamente il dialetto dauno-garganico.

Tra le sue opere, Come ce mbizza la cèreva, Taranda mannannera, Spija nGele, Allu nghianà.

Fondatore e curatore della webzine Linguadilatte.

Maggiori info su opera e voci critiche in luigiianzano.it.

Note

  • E. Olmi (a cura di), Oltre / Përtej: antologia bilingue dei poeti albanesi in Italia, prefazione di E. Olmi, postfazione di V. Isufaj, Besa, Nardò 2025.
  • Edoardo Olmi (Firenze 1984) ha pubblicato Il porcospino in pegaso, R: exist-stance, Stagioni scalene, Poesie scelte (2003-2021). Suoi testi sono apparsi su antologie e riviste nazionali e internazionali e sono stati tradotti in varie lingue.
  • Viola Isufaj (Durazzo 1980) insegna Letteratura albanese contemporanea presso l’Università di Tirana. Scrittrice, poetessa e traduttrice, oltre ad articoli scientifici e testi scolastici, ha pubblicato A Mr. M. una lettera, La saga del serpente, I giorni di nessuno, Adamah.
  • D. Ndreca, Poesia 24, in In quale lingua devo morire, prefazione di E. Lucrezi, Besa, Nardò 2025, p. 40.
  • D. Ndreca, Poesia 50, ivi, p. 66.
  • M. Calivà, Gli sbarchi albanesi in Italia nei primi anni Novanta: storie di vita, Besa, Nardò 2024.
  • D. Ndreca, Poesia 27, in In quale lingua, cit., p. 43.
  • P. Misha, La terra di mezzo, in «incroci: semestrale di letteratura e altre scritture», anno I, n. I, gennaio-giugno 2000, pp. 9-30.
  • R. Nigro, L. Angiuli, editoriale in «incroci», cit., p. 7.
  • E. Olmi, prefazione a Oltre, cit., pp. 10-11.
  • V. Isufaj, postfazione a Oltre, cit., p. 222.
  • D. Ndreca, Poesia 31, in In quale lingua, cit., p. 47.
  • E. Lucrezi, prefazione a In quale lingua, cit., p. 7.
  • D. Ndreca, Poesia 51, ivi, p. 67.
  • D. Ndreca, Poesia 89, ivi, p. 105.
  • D. Ndreca, Poesia 99, ivi, p. 115.
  • E. Olmi, prefazione, cit., p. 18.
  • G. Hajdari, Çdo ditë krijoj një atdhe të ri [Ogni giorno creo una nuova patria], in Poesie scelte. Poezi te zgjedhura (1990-2020), edizione bilingue, Besa, Nardò 2024, p. 153.
  • E. Olmi, prefazione, cit., p. 18.
  • V. Isufaj, postfazione, cit., p. 223.
  • E. Olmi, prefazione, cit., p. 18.
  • D. Ndreca, Kalimi [Al varco], in Tempo negato, Scribo, Firenze 2019, vv. 4-7.
  • D. Ndreca, Poesia 29, in In quale lingua, cit., p. 45. Il fiume Buna è un importante corso d’acqua situato al confine sud-occidentale tra l’Albania e il Montenegro.
  • V. Isufaj, postfazione, cit., pp. 241-42.
  • D. Ndreca, Poesia senza titolo, in La ragazza del Ponte Vecchio, Ensemble, Roma 2020.
  • V. Isufaj, postfazione, cit., p. 242.
  • D. Ndreca, Kalimi [Al varco], in Tempo negato, Scribo, Firenze 2019, vv. 1-3.
  • D. Ndreca, Poesia 72, in In quale lingua, cit., p. 88.
  • V. Isufaj, postfazione, cit., p. 243.
  • D. Ndreca, Poesia 12, in In quale lingua, cit., p. 25.
  • D. Ndreca, Poesia 57, ivi, p. 73.
  • V. Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli, 1801.
  • D. Ndreca, Poesia 10.II, in In quale lingua, cit., p. 23.
  • V. Isufaj, postfazione, cit., p. 244.
  • D. Ndreca, Lulezo serish [Rifiorire], in Fiori dei Balcani, traduzione di J. Radi, Besa, Nardò 2024.
  • G. D’Annunzio, Consolazione, in Poema paradisiaco, Treves, Milano 1893.
  • D. Ndreca, Poesia 1, in In quale lingua, cit., p. 13.
  • V. Isufaj, postfazione, cit., p. 244.
  • D. Ndreca, Con la voce degli occhi [Poesia 61], in In quale lingua, cit., p. 77.
  • D. Ndreca, Poesia 98, ivi, p. 114.
  • D. Ndreca, Poesia 75, ivi, p. 91.
  • V. Isufaj, postfazione, cit., p. 250.
  • Ibidem.
  • V. Woolf, Le tre ghinee, Hogarth Press, Londra 1938. I versi richiamati sono posti in esergo a In quale lingua, cit., p. 5.
  • D. Ndreca, Musine Kokalari: libertà e resistenza nella storia della prima donna della letteratura albanese, in «La Toscana Nuova», rubrica Voce delle donne, n. 92, febbraio 2021, p. 51.
  • Ibidem.
  • D. Ndreca, Poesia 100, in In quale lingua, cit., p. 116.

Luigi Ianzano © 2026

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