Besnik Mustafaj sulla crisi e “l’autocrazia” in Albania. Intervista di Denata Ndreca

Intervista di Denata Ndreca


Eppure, in Europa, sembra soffiare un vento di “Primavera dei Popoli”. Un richiamo, un risveglio delle identità nazionali, di aspirazioni e autodeterminazione. Ma, una cosa sembra che non sia mai cambiata, da quella lontana rivoluzione, ovvero, il suo silenzio e la sua prepotenza verso i paesi più piccoli. Ma torniamo a parlare proprio di quello che succede in Albania, da questa estate, con una delle voci più importanti della letteratura albanese e non solo - Besnik Mustafaj.

Le ragioni che si nascondono sotto la punta dell’iceberg in Albania

“Ormai, da alcune settimane, non si vede più soltanto la punta dell’iceberg. Si vede l’intero iceberg. Questo corrisponde alla dinamica di crescita della protesta. Inizialmente, quasi cinque mesi fa, i giovani sono scesi in strada per opporsi a un progetto turistico in un’area protetta, nel sud dell’Albania. In quell’occasione, il governo è stato criticato anche per la mancanza di trasparenza con cui era stato stipulato il contratto, non con un imprenditore qualsiasi, ma con lo stesso genero del presidente Donald Trump. Il premier Rama ha risposto molto male ai manifestanti, ignorandoli e utilizzando un linguaggio da strada, carico di insulti e atteggiamenti denigratori nei confronti dei giovani. Questo ha accresciuto il malcontento nell'intera società, fino a chiedere le dimissioni del premier stesso. Ciononostante, la protesta è rimasta pacifica per oltre 130 giorni. Una straordinaria dimostrazione di pazienza da parte dei giovani e dei loro genitori, che il primo ministro ha disprezzato. Direi che, è stato proprio il primo ministro, con il suo comportamento arrogante e con l'impiego di una polizia estremamente violenta, a spingere i giovani verso la radicalizzazione. Ora sembra che non ci sia più possibilità di tornare indietro. I manifestanti rifiutano qualsiasi dialogo con il primo ministro, che accusano di profonda corruzione e di legami con la criminalità organizzata. Chiedono le sue dimissioni, la formazione di un governo tecnico di transizione che prepari nuove elezioni entro e non oltre un anno e una modifica del codice elettorale. Dunque, l'iceberg del malcontento popolare è ormai completamente emerso dall'acqua.”

Quanto pesa l'immobilismo dell'opposizione? Quali spazi hanno le nuove forze politiche che nascono tra i due poli centrali?

“La debolezza dell'opposizione è un dato di fatto e, certamente, ha un suo ruolo negativo negli sviluppi democratici del Paese. Ma è altrettanto vero che viviamo sotto un'autocrazia e nessuna autocrazia permette la crescita dell'opposizione politica. Basta guardare ciò che accade da decenni in Russia. Ritengo tuttavia necessario precisare una cosa: durante questi quattordici anni in cui Edi Rama è al potere, l'opposizione ha organizzato proteste senza sosta. Anzi, spesso con una partecipazione popolare persino superiore a quella che vediamo oggi nelle manifestazioni dei giovani. Sono state proteste con richieste politiche chiare e sempre pacifiche. Ma il governo, e in particolare il primo ministro, non ha voluto ascoltarle. Al contrario, ha mantenuto nei loro confronti un atteggiamento sprezzante, proprio come sta facendo adesso con le proteste dei giovani. La debolezza dell'opposizione risiede nel programma alternativo che propone, un programma che non è riuscito a convincere l'opinione pubblica, contribuendo così, più in generale, alla perdita di fiducia dei giovani nella classe politica. È difficile dire quanto spazio abbiano le nuove forze politiche in questo contesto. Una cosa è certa: i due grandi schieramenti politici non riservano loro una particolare accoglienza. È una dinamica universale. Mi sembra positivo che i nuovi partiti, anche in Albania, così come avviene nelle vere democrazie, debbano crescere e rafforzarsi attraverso una dura lotta politica. Soltanto vincendo questa battaglia potranno diventare portatori di speranza. È un dato di fatto che il Partito Democratico abbia invitato alla collaborazione tutti quei partiti che si dichiarano all'opposizione rispetto al potere. Finora, questi partiti hanno rifiutato tale collaborazione. Il tempo dirà quanto abbiano ragione.”

Quanto spazio viene realmente concesso ai giovani?

“Per quanto posso constatare, ai giovani viene concesso uno spazio considerevole sia dal Partito Socialista sia dal Partito Democratico. Il grande problema, a mio avviso, è che questi giovani, che diventano deputati o ministri prima ancora di aver compiuto trent'anni, dunque senza alcuna esperienza, invece di portare un vento nuovo nella politica e nel governo, imparano molto rapidamente ad adeguarsi ai dirigenti. Penso che il problema risieda nei criteri utilizzati per selezionare i giovani che entrano in politica e fanno carriera. Spesso i dirigenti dei partiti scelgono individui la cui ambizione personale è più grande dei loro principi. Di conseguenza, un ego di questo tipo è facile da manipolare. In questo modo si fa del male a loro stessi, ma si arreca anche un grave danno al Paese. Tutto questo conduce alla perdita della fiducia e della speranza da parte dei giovani.”

Il linguaggio, l'educazione alla comunicazione: quale rapporto hanno con le istituzioni e con il popolo?

“Non sono uno specialista del linguaggio della comunicazione, ma, per quanto riesca a comprendere, noto molti problemi che non derivano necessariamente dall'ignoranza. Il più importante di questi problemi riguarda il messaggio trasmesso dai politici. Molto raramente questo messaggio esprime i bisogni concreti del Paese e della società, soprattutto in questa fase di negoziati per l'integrazione europea. Il linguaggio dei politici, siano essi di sinistra o di destra, mira principalmente a toccare le emozioni del pubblico. Di conseguenza, è un linguaggio carico di odio, che provoca una forte polarizzazione della società. Questo odio si riflette poi nel funzionamento delle istituzioni statali. Porto un esempio delle ultime settimane: la polizia ha esercitato sui manifestanti una violenza e una brutalità che non sembrano affatto ispirate all'applicazione della legge, ma piuttosto all'odio che gli uomini in uniforme nutrono nei confronti dei manifestanti. E il primo ministro, invece di rimproverarli e chiedere un'indagine sulla violenza sproporzionata esercitata dalla polizia, emana un decreto per premiare ciascuno di loro con una somma equivalente a quattro mensilità di stipendio. Mi sembra che un esempio del genere sia sufficientemente eloquente per comprendere il linguaggio e l'educazione alla comunicazione dei nostri governanti.”

Quanto può incidere una letteratura libera, ma soprattutto di qualità, nell'aprire le strade del dialogo per il futuro?

“Come scrittore, mi piacerebbe molto che la letteratura, quella di qualità naturalmente, potesse contribuire ad aprire le strade del dialogo all'interno della nostra società. Ma oggi, purtroppo, non è così. L'Albania, tuttavia, possiede un'esperienza molto ricca in questo ambito, un'esperienza che affonda le proprie radici nella storia, ancor prima della dichiarazione d'indipendenza dall'Impero ottomano. I padri dell'indipendenza erano, nella loro maggioranza, poeti e scrittori eccellenti, che compresero bene e per tempo l'importanza del dialogo e della collaborazione tra le diverse comunità religiose, al fine di garantire la coesione della società albanese, senza la quale la nazione non avrebbe potuto avere un futuro all'interno di uno Stato indipendente. Porto un altro esempio: nel primo Parlamento pluralista, nato dalle elezioni successive alla caduta del comunismo, nella primavera del 1991, eravamo circa quindici scrittori e poeti, distribuiti su entrambi i fronti politici.

In quanto uno di loro, sono testimone del fatto che abbiamo contribuito a far sì che quel periodo di transizione, carico di tensioni, evitasse la caccia alle streghe e che la storia si trasformasse in una sorta di rivoluzione di velluto. Esistono molte ragioni per cui oggi la letteratura ha perso la propria capacità d'incidere. Penso che non siano ragioni propriamente albanesi. Sono ragioni universali che hanno un'unica origine: gli scrittori non sono più la coscienza delle società dei propri Paesi. Di conseguenza, la loro parola ha perso il suo peso e la sua capacità d'influenzare.”



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