Il genocidio dimenticato della Çamëria e le prove storiche dell’autoctonia albanese
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La fossa comune degli Albanesi Çami sotto uno stadio in Grecia rivela un genocidio dimenticato, espulsioni forzate e pulizia etnica in Çamëria, riporta Albanian Roots.
Introduzione: una verità sepolta sotto il cemento
Sotto uno stadio sportivo moderno, apparentemente simbolo di vita e competizione, si nasconde una delle pagine più oscure e meno conosciute della storia balcanica: una fossa comune contenente i resti di oltre 600 Albanesi Çami, vittime di massacri avvenuti tra il 1944 e il 1945 nella regione storica della Çamëria (oggi Grecia nord-occidentale).
Questa verità, ignorata per decenni, rappresenta non solo un crimine contro l’umanità, ma anche una ferita ancora aperta nella memoria collettiva albanese.
Paramithia: una città albanese prima della pulizia etnica
Schizzi e mappe degli anni ’30 e ’40 mostrano chiaramente la disposizione dei quartieri, delle proprietà e delle famiglie albanesi di Paramithia, dimostrando l’autoctonia albanese della città.
Questi documenti storici smentiscono ogni tentativo di riscrivere la storia: gli Albanesi Çami vivevano lì da secoli, ben prima delle politiche nazionaliste che portarono alla loro espulsione violenta.
Oggi, proprio in una di queste aree storicamente abitate da famiglie albanesi, sorge uno stadio sportivo costruito sopra un sito di fosse comuni, dove riposano le vittime dei massacri.
Numeri che raccontano un genocidio
Durante quel periodo oscuro:
- Oltre 3.000 Albanesi innocenti furono uccisi
- Più di 2.000 morirono durante la marcia forzata verso l’Albania
- La maggioranza delle vittime erano bambini e anziani
Questi non sono “danni collaterali” di guerra, ma atti sistematici di pulizia etnica.
Il documento del Dipartimento di Stato USA (1945–1946)
Una delle prove più forti proviene da un documento ufficiale del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Missione di Tirana, documento n. 84/3, che afferma:
“Nel 1944 e nei primi mesi del 1945, le autorità della Grecia settentrionale perpetrarono una brutale violenza, espellendo più di 35.000 Çami dalle loro case, dove avevano vissuto per secoli, saccheggiando terre e proprietà. La maggior parte dei giovani fu uccisa, motivo per cui i rifugiati erano prevalentemente anziani e bambini.”
Questa testimonianza internazionale smentisce la narrativa ufficiale che per decenni ha cercato di giustificare i massacri.
La lettera di Zervas: l’ammissione del crimine
Il generale greco Napoleon Zervas, leader delle forze responsabili dei massacri, in una lettera del 1953 indirizzata al suo collaboratore K. Danis, ammise apertamente le vere intenzioni:
“Dobbiamo essere orgogliosi di ciò che abbiamo fatto, di aver ripulito la Çamëria dagli Albanesi che per oltre 500 anni pesavano sulle spalle degli Elleni.”
Queste parole rappresentano una confessione esplicita di pulizia etnica, non un’azione militare legittima.
L’analisi britannica: odio, invidia e strategia nazionalista
Il Maggiore Palmer, alto funzionario britannico della Missione in Albania, nelle sue indagini offrì una spiegazione cruciale:
La regione abitata dagli Albanesi Çami era ricca e fertile, e questo generava odio e invidia.
Palmer sottolineò anche che:
- La propaganda greca sull’annessione del Sud dell’Albania aveva alimentato un odio sistematico
- L’ostilità non era solo verso i Çami, ma verso gli Albanesi in generale
- Le accuse di collaborazione con i tedeschi erano un pretesto politico
Secondo Palmer, la pulizia etnica della Çamëria era parte di una strategia nazionalista pianificata, non una reazione bellica.
Uno stadio sopra una fossa comune: simbolo dell’oblio
Costruire uno stadio sopra una fossa comune non è solo una scelta urbanistica discutibile, ma un atto di cancellazione della memoria storica.
Per il popolo albanese, e in particolare per i discendenti dei Çami, questo luogo dovrebbe essere un memoriale, non un’area di intrattenimento.
Perché questa storia deve essere raccontata
Il genocidio degli Albanesi Çami:
- Non è riconosciuto ufficialmente
- Non è stato mai realmente indagato a livello internazionale
- Continua a essere ignorato nei libri di storia europei
Raccontare questa verità non significa fomentare odio, ma difendere la memoria, la giustizia e la dignità di un popolo.
La fossa comune nascosta sotto uno stadio sportivo è una metafora potente: la verità sepolta sotto strati di silenzio.
Riportarla alla luce è un dovere morale, storico e umano, soprattutto per le nuove generazioni albanesi e per chi crede in un’Europa fondata sulla verità e non sull’oblio.
