Nel cuore del Parco Nazionale del Pollino, sorge un piccolo borgo della Basilicata capace di trasformarsi in uno straordinario custode di memoria storica. In un interessante servizio giornalistico curato dall'inviato Alessandro Cellini, le telecamere ci portano a San Costantino Albanese per documentare la quarta edizione della "Vallja" [00:00]. L'evento, celebrato in occasione della festa patronale dedicata a San Costantino il Grande, rappresenta un momento di eccezionale valore antropologico e culturale per la comunità Arbëreshë (gli italo-albanesi storicamente stanziati nel Sud Italia fin dal XV secolo).
1. Che cos'è la Vallja? Più di una danza, un rito collettivo
La Vallja (da cui il termine fonetico "vaglia" richiamato nel servizio) costituisce l'espressione coreutica e musicale più pura e radicata della tradizione arbëreshë. Non si tratta di un'esibizione a beneficio dei turisti, bensì di una danza tradizionale in cerchio o in corteo che si sviluppa e si snoda con ritmo cadenzato lungo le suggestive vie del paese.
Nelle parole degli stessi abitanti, la Vallja supera il concetto di semplice ballo popolare per configurarsi come un profondo rito collettivo, mirato a celebrare la gioia condivisa, l'armonia sociale e l'unione viscerale di una comunità che si raccoglie e si riconosce intorno alla figura del proprio Santo Patrono.
2. L'abito tradizionale: una seconda pelle per onorare la memoria
Uno degli aspetti più autentici del servizio giornalistico è lo spazio concesso ai giovani del posto, veri e propri eredi di questo immenso patrimonio culturale. Nei loro sguardi e nelle loro testimonianze emerge un fortissimo senso di appartenenza che si esprime, in primo luogo, attraverso la cura e la vestizione con i meravigliosi costumi d'epoca:
- Una seconda pelle: Per i ragazzi e le ragazze di San Costantino Albanese, indossare l'abito tradizionale non equivale a una messinscena folcloristica o a un travestimento da spettacolo. Al contrario, rappresenta un modo solenne per "portare i propri antenati con sé" e onorare attivamente una storia di accoglienza e integrazione che dura da oltre 600 anni.
- Orgoglio e radici: Dietro la cura meticolosa di questi indumenti storici — rigidamente divisi dalla tradizione tra abiti giornalieri e sfarzosi vestiti di gala — gli intervistati sottolineano come batta "un solo cuore". Vi è il desiderio viscerale e cosciente di opporsi all'omologazione moderna, salvaguardando dall'estinzione la propria cultura, i canti polifonici tradizionali e l'antica lingua albanofona parlata quotidianamente nel borgo.
"Portare questi abiti significa ridare voce a chi ci ha preceduto. Non è folclore, è la nostra identità vivente che si mostra al mondo."
3. L'unione delle comunità albanofone: fare squadra nel Pollino
Il raduno della Vallja, che prende il via nel primo pomeriggio per poi esplodere in un corteo straripante di colori, canti e suoni, assume anche una rilevante valenza comunitaria e geopolitica a livello locale. Da quattro anni a questa parte, infatti, l'organizzazione è riuscita in un'impresa non scontata: riunire stabilmente sette differenti gruppi folk provenienti dalle varie comunità albanofone dislocate tra la Basilicata e la vicina Calabria.
Questa sinergia tra paesi diversi mira espressamente ad abbattere l'isolamento causato dalle distanze geografiche e dalle barriere infrastrutturali. L'obiettivo dichiarato è fare squadra, stringendosi in un grande ed ideale "cerchio" culturale che possa garantire la massima visibilità istituzionale e turistica alle minoranze linguistiche, proteggendo l'identità minoritaria Arbëreshë all'interno dello scenario nazionale italiano.
Conclusioni: la festa come strumento di resistenza culturale
In sintesi, il reportage di Alessandro Cellini dimostra in modo lampante come una ricorrenza patronale possa evolversi in un potente strumento di resistenza culturale. La musica antica, lo sfarzo dei costumi e l'abbraccio collettivo della danza diventano un ponte vivente e indistruttibile tra il passato profugo della comunità albanese, fuggita dall'invasione ottomana nel XV secolo, e le nuove generazioni di cittadini italiani che oggi popolano e tengono in vita i borghi del Pollino.
