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Non vivo in Albania. Vivo a Montevarchi, una piccola città tra le colline del Chianti, in Toscana.
Mi sveglio la mattina, vado al lavoro e pago le tasse in Italia. I miei figli parlano italiano e, quando siamo a casa, parliamo la nostra lingua.
Torno dal lavoro, entro in casa, prendo il telefono e vedo Tirana in fiamme.
Vedo i giovani davanti ai ministeri, vedo la polizia con i lacrimogeni e i manganelli.
Mio figlio mi chiede: «Hai visto cosa sta succedendo in Albania?».
Ed è allora che capisco: non vivo in Albania, ma l’Albania non è mai uscita da me.
Siamo quelli che sono partiti 36 anni fa. Nella nostra valigia c’erano i vestiti che indossavamo e la speranza che un giorno saremmo tornati, per non dover più partire.
Sono venuto in Italia non perché non amassi la mia patria, ma a causa della situazione che si era creata. Era l’unica alternativa per cominciare una nuova vita, diversa da quella che avevamo lasciato alle spalle.
Me ne sono andato perché non c’era lavoro, non c’era futuro.
E qui abbiamo costruito tutto con le nostre mani, senza chiedere niente a nessuno.
Oggi, quando vedo i giovani che protestano a Tirana, rivedo in loro una parte di me stesso. Sono i nostri figli, i nostri nipoti.
E penso che, dopo 36 anni, stiano protestando per le stesse ragioni per cui ce ne siamo andati noi. Protestano perché vogliono una vita normale, non una vita di lusso.
Qualcuno ci dice: «Voi non vivete in Albania, quindi non parlate!».
No. È proprio perché non viviamo in Albania che abbiamo il dovere di parlare. Perché qui, in Europa, abbiamo visto come funziona uno Stato che rispetta i propri cittadini. Ed è la stessa cosa che vogliamo anche per il nostro Paese.
Io non voglio tornare in Albania per occupare un posto di lavoro.
Voglio tornare per portare i miei figli al mare e sulle nostre montagne, senza provare vergogna nel vedere quei luoghi venduti, come se non ci appartenessero più.
Voglio tornare per poter dire a gran voce: «Bravi, ragazzi! Ce l’avete fatta!».
Per questo voglio dire agli studenti che oggi protestano a Tirana: noi siamo con voi!
Dalle fabbriche di Montevarchi, dai ristoranti di Venezia e Padova, dai cantieri edili di Milano, Firenze, Roma e Torino.
Non vi abbiamo dimenticati.
E al primo ministro, che non vuole fare un passo indietro, dico: ascolti questi giovani, perché se anche loro se ne andranno, in Albania non resterà più nessuno da governare.
Non vivo in Albania, ma l’Albania vive dentro di me.
